Dipendenza videoludica e dai social… (2/2)

Un altro articolo frutto di una collaborazione con il mio amico Capo. Qui trovate la prima parte da lui scritta, che riguarda la dipendenza da mondo videoludicoAbbiamo deciso di dividere in due il post, visti gli stili profondamente diversi di affrontare la cosa e, soprattutto, vista mia scarsa competenza nel mondo dei videogiochi.

Cos’è la dipendenza?
“[…] una alterazione del comportamento che da semplice o comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere attraverso mezzi o sostanze o comportamenti che sfociano nella condizione patologica. L’individuo dipendente tende a perdere la capacità di un controllo sull’abitudine.”.
La dipendenza da videogiochi non è cosa nuova, ciò che è nuovo è che è stata riconosciuta ufficialmente dall’Oms come un disturbo, e quindi come una patologia da curare.

Affascinante, no? Come il progredire tecnologico (hardware, software, AI…) ci trascini con esso e “crei” terreno fertile per nuove abitudini, dipendenze, patologie. Partiamo da quello che, secondo me, è il punto cardine della questione dipendenza: la ricerca del piacere.

Partirebbe tutto da una ricerca di piacere, per poi sfociare nella perdita di controllo. I videogiochi hanno sempre divertito milioni di persone, possiamo intenderlo come un piacere. Ma quando la ricerca del piacere diventa esagerata, da semplice abitudine (ormai i giochi sono cosa abitudinaria, sia per noi vecchietti del ‘94, che per i nuovi nativi digitali) diventa dipendenza. Vuol dire che qualcosa sotto non va. O, per meglio dire, ci deve essere una condizione particolare nei meandri della mente del “dipendente” che porta la ricerca del piacere su quel determinato canale.

I videogiochi non sono più cosa nuova, come venti o trent’anni fa e sono diventati talmente popolari che raramente si prova un senso di meraviglia giocando (a parte qualche sporadico capolavoro). Un po’ come la situazione dei film oggigiorno: moria di idee e marketing a tutta birra.

Un professore delle superiori, una sera, ci chiese di cos’hanno paura oggi i genitori. Secondo lui era la possibilità che i loro figli divenissero dei satanisti o chissà che altro, per noi invece era la droga. La nuova droga però, non la polverina bianca di Al Pacino in Scarface.

I videogiochi ormai sono abitudine, hanno perso il loro fascino di novità, gli intrusi di oggi sono i social network e tutta la fetta di tecnologia definita ”smart”. Credo che tutti noi usufruttuari dei social abbiamo, almeno una volta, tratto del piacere da questi. Che siano i “mi piace”, le visualizzazioni di un nostro video o la quantità di commenti sotto la nostra ultima foto pubblicata, questi strumentini che fanno da indice di gradimento, ci riempiono di una momentanea gioia quando li vediamo in gran numero. Per carità, non dico che sia sbagliato essere felici di essere notati e tenersi in contatto con parenti e amici tramite questi canali, ma si deve ammettere che sta diventando sempre di più una ricerca spasmodica del piacere. L’”esistere” nel mondo virtuale, il “postare” compulsivo cose per il 90% delle volte ripetitive e fini a sé stesse, falsa profondità, pienezza esagerata di sé, egocentrismo, gridare per immagini e video al mondo che si esiste e finalmente si va in vacanza dopo due mesi di stagionale di pomodori, pubblicare una foto che mostra le tette con frase di Oscar Wilde incorporata facendo finta che l’intento non fosse quello di mettersi in mostra…
Mi scoppia la testa dal caos.

E poi c’è lo strumento che ci permette di connetterci al mondo virtuale, quella meraviglia tecnologica chiamata smartphone. Sempre in mano, spesso ridotto a oggetto anti-noia e mezzo per la ricerca del piacere (giochini, app di fotografia, app che permettono di creare altre app…). Non metto in dubbio le potenzialità dello smartphone, perché è innegabile la varietà di cose (anche utili) che possiamo farci (dal programmare la chiusura delle tapparelle di casa al pilotare un drone), ma è diventato il primo oggetto sul quale posiamo la mano appena svegli la mattina e, forse (e dico forse) si sta perdendo un po’ il controllo.

Allo stesso tempo, non possiamo farne a meno, perché serve anche per le cose serie, come tenere sotto controllo il conto in banca, leggere e-mail di lavoro, migliaia di servizi sono comodamente gestibili da smartphone.
Ma è tutto così talmente “smart” al posto nostro che, forse, l’umano sta perdendo la capacità di esserlo per primo.

Non ci basta più esistere nel mondo reale, fisico? Il mondo vero non dà più abbastanza piacere, tanto da ricercarlo spasmodicamente in quello virtuale attraverso un telefono? Abbiamo una vita così misera di emozioni provenienti dal “vero”? Un mio amico una volta mi disse “Più mangi e più hai fame!”, la stessa cosa vale per ciò che si ha, materialmente e non. Forse siamo abituati ad avere così tanto che poi ne cerchiamo sempre di più. E cerchiamo in vari canali. Il nuovo canale universale del piacere oggi è Internet, e lo strumento per accedervi lo abbiamo tutti in tasca. Ho un’amica che attualmente è in Tanzania per il progetto Erasmus, sta studiando per diventare ostetrica. Mi dice continuamente che lì si sta bene. La gente è povera, ma si sta bene, indovinate perché.

E se non fosse una questione di piacere, ma semplicemente di mutazione? La nostra essenza che migra nello spazio di archiviazione del nostro telefono, nel nostro profilo Instagram, o nel nostro blog, magari.
Ora, chiedo scusa, ma devo andare a controllare il post sul quale mi hanno taggato. Ci si vede.

Da Dylan Dog n. 383, Profondo Nero.
Precedente Riflessioni cronenberghiane: R.I.P. Cinema...? Successivo THE MEG