ATTIMI DI PESSIMISMO: Cosa abbiamo da dire?

Non sapevo che immagine mettere.

Mi vedete?
Mi capite?
Mi percepite?
Mi sentite?

Ci sono molti modi per dire. La bocca non è il solo strumento che abbiamo per comunicare qualcosa, che sia rilevante o no. Oggi va di moda scrivere, pubblicare immagini e video sui maledetti social network.
Tante parole, tante immagini, tanti video, tantissimo BLA, BLA, BLA e ancora BLA. Ma cosa abbiamo da dire, quando un buon 90% di quello che diciamo è fine a sé stesso? E soprattutto quando a un buon 80% delle persone etichettate come “Amici”, o “Followers”, non frega assolutamente nulla di ciò che abbiamo da dire.
Abbiamo questo spazio tutto nostro, con i nostri fedeli seguaci pronti a leccarci il culo per via telematica, nel quale possiamo pubblicare quasi tutto ciò che vogliamo, e la stragrande maggioranza di ciò che pubblichiamo o leggiamo è sostanzialmente inutile.

Pubblicare ossessivamente “Stories” su Instagram (che ultimamente va molto di moda), scrivere stati inutili su Facebook, pubblicare foto dei tuoi figli al loro primo giorno di scuola o alla loro prima gara nazionale di nuoto, far vedere a tutti il tuo nuovo tatuaggio perché “La vita ti butta giù, ma io mi rialzo”, a che diavolo serve? Oltre a dimostrare una vaga (vaghissima, eh) superficialità, un tatuaggio fatto per un motivo simile può essere una sorta di vittimismo. Ho preso il tatuaggio come esempio a caso, quello che vorrei far capire è che si può capire molto di una persona da ciò che pubblica. Così come il modo di scrivere (non la calligrafia, ma il COME si scrive) dice molto sulla nostra persona, ma questo è un altro discorso.

Cosa ne ricaviamo da visualizzazioni e apprezzamenti? Una manciata di like, in primis, e la conseguente gratificazione, la cui grandezza è direttamente proporzionale al numero di pollici in su o cuoricini del cazzo. Sembra che abbiamo bisogno di ricavare una gratificazione tramite social network, come se dalla vita non ne avessimo abbastanza (ho toccato un tasto dolente?).

L’idea iniziale di condivisione di contenuti con amici e conoscenti via internet è degenerata in un teatrino personale ed egoista pieno zeppo di cose inutili. Pensieri che potremmo comodamente tenerci per noi, fatti personali che non dovremmo nemmeno accennare in rete (come la morte di un caro); il più delle volte, pare che ci sia il bisogno di ottenere una sorta di riconoscenza, piuttosto che un reale senso di condivisione.

Come urlare “Ehi, esisto!” e, ok, magari sei pure figo e ti seguono in tanti, ma seriamente hai un  vuoto così grande dentro da doverti cibare del numero di visualizzazioni della tua storiella su Instagram o del numero di like della tua ultima foto su Facebook, per essere felice?

Fare il gallo (o la gallina) per colmare un qualche tipo di deficit interiore. Se è così (e penso davvero che sia così) allora la grandezza del disagio della persona seguita è direttamente proporzionale il numero di like, seguaci e apprezzamenti ricevuti. E lo stesso disagio è direttamente proporzionale al numero di pubblicazioni.
Mi vedete? Mi capite? Mi percepite? Mi sentite?

Ciò che è davvero imbarazzante è la povertà interiore delle persone che più ricevono attenzioni e più stanno “bene”. E si sentono importanti, con quegli apprezzamenti che puzzano di falso. Ma poco importa, contano i numeri, sono quelli che trainano il carro, insieme al bisogno di attenzioni.
È questa la nuova droga? L’attenzione di perfetti sconosciuti insieme ad una parte di amici?

Se c’è una cosa che non sopporto è il caos, e tutto questo BLA, BLA, BLA lo percepisco come un enorme caos. Un gran numero di parole che non comunicano null’altro che un vuoto da colmare.

Ad occhio e croce, quindi, chi pubblica poco sta meglio con sé stesso rispetto a chi pubblica un sacco di contenuti. Escludiamo dalla lista chi condivide per il vero gusto di farlo, anche se ormai è difficile capire la differenza; ci vuole un buon occhio, e servirebbe conoscere i singoli per riconoscere esattamente i casi in cui esiste questo bisogno di attenzioni.

Ma, stiamo tranquilli, più o meno chiunque abbia un profilo social, almeno una volta, ha sentito questo bisogno di essere seguito, apprezzato, non scappa (quasi) nessuno.
Altrimenti perchè avrei aperto questo blog?

 

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