Psicosi di massa: BOHEMIAN RHAPSODY

 

  • Regia di Bryan Singer (2018)

Se c’è una band che proprio non si può non amare, quella band sono i Queen, poche storie. Possono sembrare frasi fatte, ma per me è così. Li ascoltavo da bambino in macchina con mia madre, Avevamo la musicassetta di Greatest Hits, quella raccolta che inizia proprio con Bohemian Rhapsody, canzone rock, ma anche un po’ operistica, così elegante e regale anche nelle parti più dure, una canzone che fa giustizia al nome del gruppo: Queen.

Negli anni scoprii anche il resto del repertorio e la mia ammirazione non fece che salire per questi quattro grandi musicisti che si sono saputi adattare ai cambiamenti musicali (come l’avvento dei sintetizzatori), ma che allo stesso tempo hanno sempre mantenuto una loro impronta. Suono e stile sono sempre riconoscibili, ma ciò che li renderà riconoscibili anche al più ignorante e coglione degli imbecilli, è la voce di Freddie Mercury.

Ecco di cosa parla Bohemian Rhapsody, di Freddie Mercury nei Queen, mentre viene spacciato per un biopic sul gruppo. Non sarebbe nemmeno un’affermazione del tutto falsa, perchè in buona parte lo è, ma l’attenzione è pressoché costante su Mercury, protagonista quasi assoluto della pellicola.

È un film che, secondo la critica non esperta (aka “laggente“), o ti piace o ti piace, non ci sono alternative. Tutti impazziti per il biopic (a ridaje…) sui Queen. Il motivo principale sta nell’impressionante lavoro svolto a livello estetico, sia sui personaggi principali che sulla ricostruzione di concerti e set di videoclip. Mi riferisco in particolare agli interpreti di Brian May e Roger Taylor, che fanno paura da quanto assomigliano ai veri musicisti. Soprattutto Gwilym Lee, che interpreta May, mi stupiva ad ogni primo piano dedicato a lui perchè sembrava davvero di vedere il Brian May degli anni ’80, una cosa incredibile.

Ancora più incredibile è stato scoprire che John Deacon (il membro più taciturno e interessante del gruppo, nonché uno dei miei bassisti preferiti) è interpretato da Joseph Mazzello. Chi è costui? È il nipotino di John Hammond in Jurassic Park.
Che bello essere attore, oggi sei il nipote di un milionario in fissa coi dinosauri (che a momenti ti fa ammazzare da quelle bestie) e domani sei il bassista dei Queen (e gli assomigli senza bisogno di trucco).

Nonostante l’esaltazione iniziale per le prime clip delle riprese del film nelle quali tutti erano increduli su quanto Rami Malek fosse simile a Freddie Mercury, il personaggio che proprio assomiglia meno all’originale è il suo. Quelle due valigie sotto gli occhi che Freddie non aveva non sono dettaglio da poco. Ma non è poi un male, perchè Malek ce la mette tutta per diventare Mercury, nei movimenti, nell’aspetto, nel rapportarsi con gli altri, riuscendoci alla grande. La sua è e rimarrà sempre una ottima interpretazione di uno dei migliori cantanti mai esistiti. Ed è giusto che Malek/Freddie abbia lo spazio che merita nella pellicola, perchè è in grado di reggere l’enorme responsabilità che il suo ruolo comporta.

Viene dato ampio spazio anche al rapporto con Mary Austin, l’unica donna che abbia mai amato, rapporto prima bellissimo e poi via via sempre più complicato e doloroso.
E, a proposito di Austin, il personaggio di Ray Foster, capo della EMI Records, è affidato a Mike Myers, conosciuto per lo più per i film di Austin Powers, una sorpresa esilarante.

Indubbiamente, è un bel film, esteticamente accurato, con una colonna sonora fantastica (e vorrei vedere, sono le canzoni dei Queen!), ci ricostruisce quasi tutto il Live Aid dell’85 facendoci emozionare. Pur sapendo che quella è solamente una ricostruzione, la lacrimuccia arriva ugualmente.

Dove pecca, è nelle incongruenze della storia del gruppo. Date di concerti spostate, momenti di tensione in periodi in cui non ce n’era e, soprattutto, la scoperta di Freddie di essere positivo all’AIDS che viene anticipata, più precisamente a prima del Live Aid, quando invece lo scoprì dopo un anno abbondante.
Una scelta un pochino forzata, secondo me, forse fatta per rendere più emozionante il concerto (che chiude il film) tramite la consapevolezza di Freddie sulla sua malattia. Come forzata è la battuta di Roger Taylor quando Mercury annuncia al gruppo la sua condizione: “Sei una leggenda, Freddie”. Un poco paraculo, non trovate?

Aggiungiamo che il regista Bryan Singer è stato buttato fuori durante la produzione e che il progetto è stato portato a termine da un certo Dexter Fletcher. Chi è quest’altro? Il tizio che in Doom interpreta tale Marcus Pinzerowski, detto “Pinky”, che poi si trasforma nel fantastico pinky demon. Il cinema è un mondo meraviglioso.

Sono degli scivoloni abbastanza eclatanti, eppure non rovinano più di tanto il film, anzi, il risultato è positivo, perchè si esce dal cinema con la reale consapevolezza di che personaggio straordinario fosse Freddie, nel bene e nel male in quanto umano. Il film fa questo, senza togliere nulla al resto del gruppo, perchè i Queen questo erano e, ultimo ma non meno importante, ci si rende conto che le loro canzoni si possono ascoltare in ogni epoca, non importa quanto siano “vecchie”.

Pare quasi che tutti abbiano scoperto di nuovo i Queen, come se per qualche tempo ce ne fossimo dimenticati. La riscoperta ha riportato in alto l’interesse verso questi quattro mostri della musica, tanto che il film ha guadagnato più di 640 milioni di dollari, diventando il biopic musicale di maggiore incasso nella storia, e facendo di Bohemian Rhapsody la canzone più ascoltata in streaming del ventesimo secolo.

Film non perfetto, ma parla dei Queen, e questo basta per essere contenti di vederlo. Io mi sono unito alla psicosi di massa del film sui Queen, riscoprendoli e amandoli ancor più di prima, ascolto le loro canzoni che non passano mai di moda, perchè sono immortali. 

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