Riflessioni cronenberghiane: R.I.P. Cinema…?

Comincio col dire che questo articolo è frutto di una collaborazione con il blogger, informatico e scrittore Capo Nerd, una persona decisamente più allegra di me, nonché mio amico da quasi 13 anni. Vi consiglio di passare da lui se siete appassionati di cinema, tecnologia e arte in generale.
Ora, veniamo all’articolo.

Recentemente, mi è capitato sott’occhio questo articolo, nel quale vengono riportate delle dichiarazioni del mio amato David Cronenberg. Il titolo, chiaramente un clickbait pauroso, riporta: “Il cinema è morto: David Cronenberg spara a zero sulla sala ed elogia Netflix”. Parole pesanti, anzi appesantite, e lo possiamo dedurre leggendo man mano l’articolo in questione e leggendone altri due che riportano la stessa notizia ma in modo molto più sobrio. Articoli che vi piazzo qui e qui. 

Quindi, qual è il pensiero di Cronenberg riguardo al cinema odierno? Semplicemente il cinema inteso come la forma d’arte che conosciamo da più di cento anni sta cambiando, è andato incontro ad una mutazione. Una mutazione del tutto naturale per di più, secondo il nostro regista. 

“Per me il cinema è già morto. Ovviamente si continuano a produrre nuove opere, nuove immagini, ma il mezzo come lo intendevamo fino a qualche anno fa non esiste più. La sala non è più quella cattedrale sacra dove potevi andare insieme a tante altre persone.” 

Sulla sala come luogo sacro nel quale puoi goderti un film e, magari, stimolare il cervello (non sia mai che nel 2018 si faccia della fatica a livello mentale) non c’è dubbio, ormai è diventato impossibile guardare un film senza fastidi vari, in certi casi la sala sembra un circo. Basti pensare a tre settimane fa, quando andai a vedere Il Sacrificio del Cervo Sacro (non un film Disney, quindi) e due signore di fianco a me continuavano a fare una fottuta telecronaca del film. Oppure a quella cara signorina una fila avanti rispetto alla mia (che Cthulhu la sbrani) che ogni quarto d’ora tirava fuori dalla tasca lo smartphone con la luminosità al massimo. Lasciamo stare cosa avrei fatto a tutte e tre in quei momenti, ma penso che il mio episodio renda bene l’idea della sala ridotta a mero luogo di svago, quasi un’ultima scelta nella noia del sabato sera.  

Veniamo al sodo della dichiarazione di David (ormai siamo in confidenza, io e lui): il mezzo come lo intendevamo fino a qualche anno fa non esiste più. E qui arriva la mutazione. Qualcosa sta cambiando, nel cinema, e se ci riflettiamo, il processo non è nemmeno tanto nuovo. Sono anni (almeno una decina) che vediamo comparire come funghi serie TV scritte, dirette ed interpretate con una qualità degna di un film da incetta di premi. Basti pensare a Breaking Bad, esempio abusato ma efficace, un vero e proprio capolavoro nel suo genere, scritto egregiamente da Vince Gilligan, che recentemente ha sfornato la quarta stagione di Better Call Saul, eccellente spin off di Breaking Bad.

La qualità delle serie TV si è innalzata a livelli che, probabilmente, non ci saremo mai aspettati, arrivando ad eguagliare i prodotti cinematografici o addirittura superandoli. Riporto altre parole di Cronenberg prese da un altro articolo:

Penso che le potenzialità di Netflix e delle serie TV siano enormi. Probabilmente sono l’equivalente cinematografico di un romanzo, poiché le due cose condividono tempi dilatati e libertà stilistica. Le serie sono una nuova forma d’arte, non c’è dubbio, possono arrivare a durare anche cinque o sette anni, e nulla hanno a che fare con i vecchi prodotti televisivi.” 

Nulla di più vero, non possiamo negarlo. I vecchi prodotti televisivi non assomigliano per nulla alle moderne serie TV; pensiamo a Supercar, con David Hasselhoff, assomiglia a Breaking Bad? O a Californication? Non ha nulla a che vedere con le attuali serie tv se non il fatto di essere divisa in puntate, ma il resto, a partire dalla concezione, è tutto diverso. 

Non sono quindi le vecchie serie TV ad essersi evolute, ma i prodotti cinematografici. Hanno preso una forma nuova, si sono come allungati, dilatati, sono diventati un romanzo dal linguaggio cinematografico. E questo porta innumerevoli vantaggi; pensiamo, per esempio, all’approfondimento dei personaggi, cosa che spesso riesce difficile rendere in un paio d’ore di film, mentre in dieci puntate hai modo di approfondire, scavare, esplorare e far mutare anche. A confronto un film diventa un romanzo breve, o un racconto.  

Il bello è che la mutazione è in atto da un po’ di anni e, ovviamente ce ne accorgiamo solo quando questa ha già fatto più di metà dell’opera. “L’invasione” è già iniziata, ma è da intendersi come una semplice e naturalissima evoluzione del mezzo. Esattamente come il nostro corpo si è evoluto e adattato, conseguenza inevitabile col passare dei secoli.  

E qui viene il meglio, perché il cinema viene paragonato alla carne, tema da sempre caro a Cronenberg. Egli afferma:

“Il pittore Willem de Kooning disse: “La carne è la ragione per cui la pittura ad olio è stata inventata”. Io dico che il corpo umano è la ragione per cui il cinema è stato inventato. Il volto, il corpo, è questo il suo vero soggetto, il più fotografato nel cinema. Il cinema è corpo. […]Poiché il corpo si sta evolvendo e cambiando e poiché il cinema è corpo, ha senso che il cinema cambi con esso, evolvendosi.” 

Un paragone bellissimo e affascinante, che si può anche estendere. Il cinema ha come soggetto principale il corpo, possiamo intendere esso stesso come corpo (qualcuno ha visto Videodrome?). Il nostro corpo si è evoluto e così il cinema sta facendo di conseguenza, in quanto corpo.
Ma se penso alla signorina che ho citato parecchie righe più su, mi viene da pensare che il corpo del cinema assimili anche le nostre abitudini, i nostri costumi e le nostre dipendenze. La signorina che quasi compulsivamente stava con gli occhi attaccati allo smartphone, quello schermino da cinque pollici e mezzo che crea così tanta dipendenza (non mentiamo a noi stessi, è così, siamo realisti). Un piccolo schermo, come quello della serie TV da noi fruibile tramite i servizi di streaming.  

Parlavamo di mutazione?
(La Mosca, 1986)

Internet ha cambiato enormemente in pochissimi anni le nostre abitudini e con esse le modalità di guardare film e serie. I film sono come emigrati dal grande schermo della sala cinematografica (o della televisione) a quello più piccolo, comodo e portatile del tablet, del telefono o del laptop e si sono spezzettati (ma anche dilatati) in tanti episodi. Tanti quanto il numero di piccoli schermi presenti al mondo.
Il corpo del cinema ha trovato un nuovo percorso per arrivare da noi: quello di Internet, che con le serie tv ci va a nozze, pensiamo a Netflix o a Prime Video. 

“Il cinema non è morto per colpa dello streaming, anzi ha solo subito una mutazione naturale, come le forme di vita fatte di carne e sangue, si diceva la stessa cosa delle videocassette negli anni ottanta. Il grande schermo si è solo frammentato in milioni di piccoli schermi eterei, senza un formato fisico, ma la sostanza resta la stessa, i sogni.” 

Prendiamo come esempio l’avvento della fotografia digitale, man mano ci siamo tutti adattati ai nuovi metodi di acquisizione delle immagini e i primi ad appoggiare il digitale furono proprio i professionisti del settore. Rimangono pochi (ma neanche tanto pochi, a dire il vero) appassionati della fotografia analogica che ancora si sbattono fra l’acquisto di rullini e lo sviluppo delle foto (e io sono uno di questi pazzoidi).  

Quindi, per noi amanti del “vecchio” cinema (recentemente in moria di idee, a parte pochi casi particolari) cosa resta da fare? Fare resistenza alle serie come faremmo con un male apparentemente incurabile? Continuare a fare film cercando di mantenere viva la concezione originale di cinema? O magari potremmo adattarci, accogliere il cambiamento, l’evoluzione, la mutazione del corpo?  

Dopotutto, ne La Mosca, Seth Brundle (Jeff Goldblum) diceva che secondo lui il “male” aveva uno scopo preciso: trasformarlo in una Brundlemosca. Vedremo a cosa porterà la trasformazione. 

Vi lascio ora fra le grinfie di Capo e al suo punto di vista sul tema.

Si può tornare indietro?

Io non penso sia possibile, da qui al prossimo futuro. Ma ci sono mode che nel mondo ritornano in continuazione, spinte da fattori sociopolitici e antropologici –meglio chiedere a un’umanista ulteriori dettagli. Come una moda, il cinema di altri tempi può tornare, magari prodotto d’elite, magari riscossa in un mondo stanco, fiaccato o esasperato (sì, saturo) dall’approccio attuale dei produttori d’entertainment. 

Se una superpotenza generatrice della globalizzazione d’un tratto può decidere di chiudersi fra le proprie sponde senza più fregarsene del mondo di fuori, anche il singolo fruitore di spettacoli (di cinema, serie, videogiochi) sarà in grado di svegliarsi una mattina e fare marcia indietro, dimenticarsi dei concetti di like e di condivisione e riscoprire il puro, semplice, limpido divertimento. E allora vorrà qualcosa di diverso da ciò che il mainstream dell’entertainment offre oggi. 

Questo non avverrà di certo finché i blockbuster, che per definizione colpiscono la più grande fetta di pubblico disponibile, continueranno nella rotta finora seguita. Sono dieci anni che vediamo le stesse cose sul grande schermo, gli stessi pattern e i medesimi stereotipi nelle sceneggiature. Paradossalmente, sono diventate le scene d’azione le parti più noiose di certi filmoni da botteghino. 

Secondo me dunque dovremo aspettarci il peggio, ma sempre e comunque sperare per il meglio. Aspettarci che il film divenga prodotto da scaffale e sorbirci ecatombi di immaginazione e creatività. Resistere all’assenza di stimoli come un esploratore resiste alle tormente di ghiaccio e sperare in scintille calde come quelle partorite da ecletticità e personalità (Luc Besson, Valerian, James Gunn, Guardiani della Galassia), ritorno a valori classici e duetti di personaggi non di moda (Ron Howard e LucasFilm, SOLO), o ripartire dai piccoli (Disney Animation Studios, Oceania). Seppur blockbuster di rosicato valore cinematografico, sono quei blockbuster per i quali vale la pena continuare ad andare al cinema. E sperare che torni di moda l’immaginare. Altrimenti muore la creatività dei singoli, e il cinema passa allo stato vegetativo. 

Valerian e Laureline, “Valerian e Città dei Mille Pianeti” (Luc Besson). 

Se una volta solo cinepanettone voleva dire quasi lo stesso film dell’anno precedente ripresentato con tette e sederi di ragazze nuove (che prima non potevano apparire perché minorenni), ora è blockbuster che significa “identico a quello che hai visto il mese scorso”. A volte, persino con gli stessi attori.  

E per giunta senza le ragazze in bikini.

David Cronenberg con James Woods sul set di “Videodrome”.
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