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THE VISIT

  • Regia di M. Night Shyamalan (2015)

E venne Blum…

Come ho già scritto nell’articolo su Split, Shyamalan se la passava male da qualche anno, la sua reputazione non era il top e collezionava nomination ai Razzie a raffica.
Ci pensa Jason Blum a salvarlo, affidandogli la regia di un filmetto dei suoi, rigorosamente a budget ultraridotto. The Visit costa solamente 5 milioni di dollari, un niente a confronto con gli ultimi budget con i quali Shyamalan si era abituato a lavorare. E stavolta fa centro, dopo nove anni di cacca tira fuori un film notevole e riesce a riprendersi. Ripresa che poi continuerà con Split.
Ci voleva un budget misero per stimolare un cervello (probabilmente) adagiato sugli allori dopo i suoi primi cinque film, ma soprattutto per far capire a lui (e al mondo intero) che non servono fantastilioni di trilioni di dollari per fare un buon film che ti lasci qualcosa una volta terminata la visione.
E vorrei che lo capiste anche voi che state leggendo (sì, insomma, voi tre soliti – uno di questi tre sono io probabilmente -), perché la qualità di un’opera cinematografica non è direttamente proporzionale al budget di produzione. Certo, se voglio gente valida mi tocca spendere di più, ma a volte serve solo scegliere le persone giuste e soprattutto un po’ di culo, che non guasta mai.
Aggiungerei anche un pizzico di fiducia, che è fondamentale in questi casi.

Ebbene, serviva un film a budget mignon per stimolare la fantasia e l’originalità di Shyamalan, e qual è quel genere che costa pochissimo ma che può rendere tanto in termini economici negli ultimi anni?
Esatto, il mockumentary, il falso documentario. Inutile dirvelo, di film girati usando questo stile visivo (chiamiamolo così per ora) ne sono usciti a bizzeffe negli ultimi dieci anni, più precisamente dal successone di Paranormal Activity nel 2007.
Anche se il precursore di tutte le future commercialate in stile falso è The Blair Witch Project, ma penso non ci fosse bisogno di dirlo.

Ma veniamo al film.

The Visit racconta di due ragazzini, sorella e fratello, che vanno dai nonni per la prima volta in vita loro. La sorella maggiore, Becca, ha il pallino del filmmaking e vuole realizzare un documentario sull’esperienza dai nonni con tanto di interviste. Infatti l’incipit avviene con un’intervista alla madre che parla della loro particolare situazione familiare e che sta per partire per una crociera con il suo compagno. Il fratello minore, Tyler, ha la passione per il rap e infatti ci delizierà più volte con le sue rime imbarazzanti.
Una volta giunti dai nonni i ragazzi scoprono che qualcosa non è propriamente a posto, succedono cose strane di notte che coinvolgono la nonna e l’atmosfera si fa via via sempre più inquietante.

Delle premesse molto semplici quindi, la visita dai nonni, l’espediente della passione per il cinema Becca per girare in mockumentary e gli accadimenti strani sul luogo.
Tutto molto semplice, quindi. Tutto normale.

Eh, no! Col cavolo che è tutto normale. Perché Shyamalan ci mette del suo e lo fa benissimo.

Gli adorabili nonnini.

Con pochi soldi è meglio! (Se sai come fare)

Ciò che è importante quando si ha a che fare con una piccola produzione è la bravura a utilizzare le risorse a propria disposizione al meglio, e Shyamalan ci riesce molto bene.
Come per Split, i paletti posti dalla Blumhouse sono stati un incentivo a sforzarsi a dare il meglio; il risultato non è il miglior film di Shyamalan, ma è un prodotto parecchio interessante per il suo genere ed è un caso molto particolare nella sua filmografia.

Mi sembra anche il caso di dire che se uno è un bravo regista, riesce a farti un buon film anche con quattro spiccioli; qui si vedono la bravura e l’esperienza di un regista, date gli stessi soldi ad un regista del cacchio e vi tirerà fuori una ciofeca di film, molto probabilmente.

Ciò che salta all’occhio è la caratterizzazione dei due protagonisti, in mano ad un altro regista sarebbero stati probabilmente piatti come delle piadine, qui invece riusciamo a conoscerli, a simpatizzare con loro (perfino con Tyler e il suo rap orribile, dopotutto è un bambino) e ci si ritaglia pure del tempo per scavare nelle loro vite, nei loro sentimenti, c’è il giusto dosaggio di psicologia dei personaggi.

La loro situazione familiare è resa bene ed è interessante, oltre che servire alla trama. Loretta, la madre di Tyler e Becca, dopo una lite con i genitori va a vivere con il padre dei ragazzi, più vecchio di lei, particolare che ai genitori non piaceva e motivo della lite. Succede che poco dopo lui scappa e Loretta è costretta a tirar su da sola i due figli, che crescono senza mai visto i nonni materni e con pochi ricordi del padre.
Non è solo una back story che giustifica la trama del film, è un modo per dare corposità ai personaggi e, perché no, far immedesimare lo spettatore; non ditemi che le vostre famiglie e quelle dei vostri amici sono perfette perché non ci credo.
Dei trascorsi dolorosi in famiglia li abbiamo più o meno tutti, è una cosa normale, la famiglia del Mulino Bianco non esiste.

Un evento come la fuga di un padre non può non lasciare segni indelebili nella psiche di un figlio, specialmente se piccolo, e qui ce lo mostrano chiaramente. Siamo sempre a contatto con Becca e Tyler, che hanno due telecamere a disposizione, quindi impariamo a conoscerli abbastanza presto, e gradualmente ci verranno spiegate delle cose su di loro.
Sensi di colpa e di inadeguatezza sono un esempio di ciò che si trascinano i due ragazzi. C’è una scena particolarmente crudele ai danni di Becca da parte di Tyler nei quali lei viene praticamente spogliata di ogni difesa e messa faccia a faccia con i suoi disagi, caratterizzata da un lento zoom-in sul volto di lei che non fa che accrescere il senso di imbarazzo e disagio. Piuttosto pesante.
Meno pesante una confessione di Tyler su di un suo senso di colpa per la fuga del padre. Può sembrare assurdo (e lo dice pure Tyler), ma certi sentimenti simili possono insorgere a seguito di episodi particolari e non è poi rara la cosa. Spesso si tende a darsi la colpa in situazioni che non dipendono da noi.

Comunque, i bambini insistono nel voler vedere i nonni mentre Loretta sarà fuori per una settimana di crociera con il suo compagno; rimarranno in contatto via Skype per tutta la settimana.

La mamma, interpretata da Kathryn Hahn.

Tutto molto interessante, ma dopo sto pippone psicologico vorrete sapere se fa paura o no. La risposta è sì, mette molta inquietudine per certi versi e il metodo Blum costringe Shyamalan ad inserire qualche jump scare di troppo, ma che volete farci, è la Blumhouse.
La cosa interessante è che a spaventare non sono tanto gli episodi delle stranezze notturne della nonna, ma quella crescente sensazione di sbagliato, anzi sbagliatissimo, nei due anziani.
Per carità, le cose che la nonna fa di notte sono agghiaccianti (mi vengono in brividi ancora adesso), così come i suoi racconti e certe sue strane richieste, ma ad ogni notte che passa il dubbio aumenta, mentre i ragazzini indagano. È quindi un ottimo crescendo che poi arriva al culmine con una rivelazione sì, a sorpresa, ma non originalissima dopotutto. Poco importa, perché Shyamalan riesce a farti credere qualcosa fino all’ultimo e poi fregarti con i suoi tipici colpi di scena.
Sempre magnifico per come ci riesce.

La parte finale è decisamente quella con le scene migliori, tra paura, crudeltà, scherzetti isterici e che culmina con un’esplosione di violenza del tutto inaspettata che fa impressione e dona una bella scarica di adrenalina.

Molto furbo il sostituire le musiche (ricordate che siamo davanti a un found footage) con i suoni di un temporale in una delle scene finali. I tuoni e i fulmini sono orchestrati come una colonna sonora e diventano loro stessi la colonna sonora. Geniale.

Nell’impasto abbiamo anche una buona dose di umorismo, che non guasta mai in questo caso, e si amalgama con tutto il resto del film. Comunque, quando c’è da essere seri si è seri; l’umorismo è usato sapientemente.

“Ti dispiace entrare nel forno e dare una pulita?”

La ripresa di Shyamalan

Come già detto nel post su Splitquesto film segna la sua personale ripresa dopo anni di insuccessi e noi fan possiamo solo che esserne felici. Non è il suo capolavoro, né il migliore dei found footage, ma è un film che si distingue. Un prodotto dei tanti della Blumhouse quindi, con i suoi limiti, ma con qualche marcia in più grazie al suo regista.
Un film girato in economia, ma con grandi pregi e qualche bruttezza qua e là, ma nulla che rovini il risultato finale.
Notevole, davvero notevole.

Se avete notato, stavolta non ho fatto spoiler, mi complimento da solo per essermi trattenuto.

“Tu hai un problema con i germi, non è vero?”